BIOGRAFIA
Figlio
di un maestro elementare, nasce a San Luca,
nel cuore dell’Aspromonte calabro, il 15 aprile 1895.
Il padre, fondatore di una scuola serale per contadini
e pastori analfabeti, gli dà la prima istruzione e
gli fa conoscere e sentire profondamente la natura
e la cultura della sua terra. Dopo aver terminato
gli studi elementari, il padre lo
iscrive al Collegio dei
Gesuiti di Frascati. Ama studiare, per cui trae buon
profitto e incomincia a scrivere poesie e racconti.
Dal Collegio di Frascati viene però espulso dopo i
primi cinque anni di ginnasio, perché sorpreso a leggere
testi considerati proibiti. Si iscrive così in un collegio
di Amelia in provincia di Perugia, dove completa gli studi
ginnasiali. Si dedica molto allo studio della letteratura,
e in particolare, di alcuni autori: Carducci, Pascoli
e D’Annunzio. Nel gennaio
del 1915 è chiamato alle armi, assegnato a Firenze
a un reggimento di Fanteria.
All’inizio di settembre è combattente della Prima
guerra mondiale, viene ferito alle braccia sul monte Sei Busi,
nei pressi di San Michele del Carso, e per questo motivo dovrà
sottoporsi a una lunga degenza presso gli ospedali militari
di Ferrara prima e di Firenze poi.
Nel
settembre del 1916 è a Roma dove incomincia a collaborare
al «Resto del Carlino» e, quando ne diventa
redattore, si trasferisce a Bologna dove sposa Laura Babini.
Qualche anno dopo il matrimonio e la nascita del figlio Massimo,
si trasferisce a Milano dove viene assunto come redattore
del «Corriere della Sera».
Nel 1922 pubblica il suo primo romanzo L’uomo nel labirinto;
l’anno dopo è chiamato a Roma come redattore
del «Mondo» di Giovanni Amendola, dando
così una connotazione ben precisa al suo pensiero politico,
chiaramente antifascista.
Dopo il delitto Matteotti, è tra i cinquanta
firmatari dell’Unione nazionale delle forze democratiche,
guidata da Amendola.
Collabora poi a «La Stampa» sulle cui
pagine pubblica le pagine iniziali di Gente in Aspromonte,
e ad altri giornali e periodici, per molti anni ancora.
Pubblica i racconti L’amata alla finestra (1929)
e Incontri d’amore (1940); i romanzi Vent’anni
(1930),
Gente in Aspromonte (1930), che gli vale il primo importante
premio letterario italiano, bandito dalla «Stampa»
nel 1931, L’uomo forte (1938).
Nel 1941 torna a San Luca per i funerali del padre. In seguito,
si recherà più volte in Calabria a far visita
alla madre e al fratello, don Massimo, parroco di
Caraffa del Bianco, un paese vicino San Luca.
Nel
’43 dirige «Il popolo di Roma»,
proprio durante il brevissimo periodo (45 giorni) in cui fu
nominato capo del Governo, il generale Pietro Badoglio. Con
l’occupazione tedesca di Roma, colpito da mandato di
cattura, si rifugia a Chieti; nel giugno del ’44 ritorna
a Roma.
Nel 1945 fonda il Sindacato Nazionale Scrittori,
per il quale ricopre la carica di segretario fino alla sua
morte, e la Cassa Nazionale Scrittori.
Nel
1946 esce L’età breve, primo romanzo
del ciclo Memorie del mondo sommerso. Alvaro è
anche saggista, poeta e diarista eccellente. Al riguardo si
possono citare opere come Calabria, Viaggio in
Turchia, Itinerario italiano, Quasi una
vita, Ultimo diario e le raccolte di poesie
Il viaggio e Poesie grigio-verdi.
Vive
e lavora tra Roma, nell’appartamento di Piazza di Spagna,
e Vallerano, nei Monti Cimini, in provincia di Viterbo, dove
possiede una casa in campagna.
Nel 1955 Bompiani pubblica I settacinque racconti.
Esemplare la novella Il carnefice disattento, la
storia di una donna che, rinchiusa nel forno di un lager nazista,
riesce a scappare grazie alla disattenzione del carnefice
nel chiudere adeguatamente la porta del forno — crudele
ironia della sorte.
La novella Un fatto di cronaca è concepita
sotto forma di réportage realizzato da un gruppo di
giornalisti arrivati in un quartiere povero.
Già
nel 1954 Corrado Alvaro è colpito da un tumore addominale
per cui si sottopone a un delicato intervento chirurgico.
Ma la malattia si aggrava, ha colpito anche i polmoni, muore
nella sua casa di Roma l’11 giugno del 1956, lasciando
incompiuti alcuni romanzi e vari altri inediti. La cerimonia
funebre, nella chiesa di Santa Maria delle Fratte, viene officiata
dal fratello, don Massimo. È sepolto, secondo le sue
ultime volontà, nel cimitero di Vallerano.
Postumi,
a cura di Arnaldo Frateili, sono stati pubblicati alcuni suoi
romanzi incompiuti o non rifiniti: Belmoro, Mastrangelina,
Tutto è accaduto.
Corrado
Alvaro è rimasto per tutta la vita, anche
nelle opere di ispirazione più vasta, non ambientate
nella regione che gli dette i natali
(per es. ne L’uomo forte), legato alla concezione
dolorosa dell’esistere che è della plebe calabrese,
e ne ha derivato una sorta di visione tragica, che ha
però una sua precisa connotazione.
Infatti,
con le sue opere, Alvaro rinnova una
tradizione gloriosa della nostra letteratura, quella
della narrativa a ispirazione regionale e
meridionale, rappresentata da grandi autori quali
Verga, Capuana, De Roberto e Pirandello, ma
con una differenza sostanziale: agli occhi di questi
autori, la società meridionale appare come
qualcosa di immutabile, senza speranza, soggetta
a una fatalità di tristezza, sofferenza, subalternità,
contro la quale nulla poteva, nemmeno la volontà
e la forza degli uomini e della storia.
Agli occhi di Alvaro, invece, quel mondo arcaico fatto di
ignoranza, superstizione, povertà e tragico fatalismo,
è già sgretolato e in parte sommerso, è
un mondo giudicato con gli occhi della memoria.